A Poplar, una piccola città vicina, c’era una vecchia biblioteca. Là c’erano ancora scaffali di legno lucido, il catalogo a schede in legno e Pearl, una bibliotecaria che i libri li conosceva, conosceva la qualità dei libri. Un giorno entrai in quella biblioteca. Cercavo qualcosa da leggere, ma anche qualcosa di più. Molto di più. Avevo bisogno di colmare l’abisso che mi separava dall’esistenza vissuta prima, e sapevo che la biblioteca mi avrebbe aiutato. La quiete della biblioteca mi avrebbe aiutato.

Così finisce Storie – The Madonna stories, una raccolta di racconti (o short stories, come le chiamano gli anglosassoni) di Gary Paulsen. In realtà, non so se è giusto dire ‘una raccolta di racconti di Gary Paulsen’ o se piuttosto non dovrei dire ‘su’ Gary Paulsen, perché se è vero che in molte pagine l’autore parla in prima persona (e quindi non c’è dubbio che si tratti di racconti autobiografici), è altrettanto vero che anche quando parla in terza persona quello che dice, quello che racconta, è familiare a chi conosce la sua vicenda personale.

Storie è uno di quei romanzi a cornice fatti di episodi, parole e immagini che ruotano attorno a un personaggio, in una costellazione di suggestioni difficilmente riassumibile in ordine logico e cronologico. Ci provo comunque, perché ai miei lettori il riassunto piace…

Incontriamo il protagonista in un paesino del New Mexico. E’ un reduce di guerra, rispedito a casa dal Vietnam non perché ferito, ma perché costantemente sbronzo. Rimpatriato in California, si sposta a Taos con la speranza che tutti si scordino di lui e lo lascino in pace a godersi la compagnia della bottiglia. L’assegno di riparazione che lo stato gli passa per ‘averlo fatto a pezzi’ se ne va in bevute e nell’affitto di una stanza singola, ma al protagonista va bene così. Finché una notte non gli capita di far nascere Gesù sulla tomba di Kit Carson. E proprio mentre aiuta la Madonna messicana a far nascere il suo Gesù gli torna in mente il motivo per cui aveva iniziato a bere: la morte in battaglia del suo migliore amico, Wendell. Stesse grida, stessi contorcimenti, stessa quantità di sangue che fuoriesce dalle viscere. A pensarci bene, però, forse quello non era stato l’unico motivo per cui aveva iniziato.

Pensa e ripensa, si ricorda di quando era piccolo e suo padre era in Europa a combattere la Seconda Guerra Mondiale e sua madre lavorava in un’industria di materiale bellico a Chicago. Si ricorda in particolare di un giorno in cui la madre tornò a casa con ‘lo zio Casey’ (uno zio che non aveva mai visto e di cui nessuno gli aveva mai parlato) e gli diede ospitalità a tavola e nel suo letto e dopo qualche giorno, piangendo, lo spedì dalla nonna paterna, in Minnesota.

O forse, ripensandoci, le cause risalgono a quando da ragazzo lavorò in un mattatoio, e anche lì era circondato dall’odore della morte di innocenti, dagli sguardi stupiti, meravigliati e perduti di chi è mandato a morte senza sapere il perché, dal sangue.

Può essere che abbia iniziato a cercare conforto nella bottiglia a causa dei lutti che hanno segnato la sua esistenza: un caro amico morto di tumore, il suocero. Oppure può essere stato per la sua iper-sensibilità nei confronti delle ingiustizie del mondo. E quante ne ha viste…

Fatto sta che due cose lo hanno salvato dal baratro: le donne della sua vita – sua nonna, sua madre, la zia Caroline e Clara, la moglie del macellaio – con la loro grazia e la loro accoglienza; i libri, quelli letti e quelli scritti…

Edito nella collana Short di Mondadori, l’edizione italiana risale al 2002 e non è stato ristampato. Se volete leggerlo, lo trovate ancora sugli scaffali di molte biblioteche di pubblica lettura.

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