Ammetto di aver nutrito dei pregiudizi nei confronti de Il coraggio della libellula (True Blue), perché nel mio immaginario il nome di Deborah Ellis è indissolubilmente legato alla serie di Parvana, scritta dalla stessa autrice, di cui vi ho già parlato. In realtà, ho fatto bene a fidarmi del passaparola e dei giudizi entusiasti di chi l’ha già letto, perché è un thriller che tiene il lettore in tensione fino all’ultima pagina. Al successo del libro contribuiscono sicuramente la struttura narrativa che alterna le vicende del presente ai flashback (come e quando avvenne la tragedia? chi ne fu responsabile? quale fu la verità processuale?) e lo scavo psicologico ed emotivo. I temi che la Ellis mette in campo sono tanti e ruotano attorno alla difficoltà di essere adolescenti: ci sono il desiderio comune di sentirsi accettati dal gruppo, la capacità di alcuni di essere comunque e sempre se stessi, la lealtà, il tradimento, l’amicizia, la verità. Per finire, il libro è stato scritto e tradotto davvero bene. Ecco il riassunto…

Conosciamo Jessica Jude, detta Jess, quando ormai è tutto finito: cessato il clamore e spenti i riflettori, Jess ha trovato impiego come cameriera in una bettola fuori città. Ha raggiunto forse un nuovo equilibrio emotivo e psicologico e ora se la sente di raccontare al lettore cosa è successo l’estate precedente a lei e alla sua migliore amica, Casey White (“Benvenuti a Casa Blatta… Mettiti comodo. Allaccia la cintura di sicurezza… Perché a un tratto mi è venuta voglia di parlare. Casey, la mia migliore amica, è stata arrestata per omicidio mentre uscivamo dalla chiesa”). Grazie a flashback, brani di diario e lettere, noi lettori ricostruiamo l’intera vicenda da più punti di vista: quello della presunta assassina, quello della testimone, quello dei genitori delle ragazze coinvolte, quello della madre della vittima, quello dei compagni di scuola e dei concittadini.

Fine agosto 2010, Galloway, piccola cittadina del Canada. Casey e Jess lavorano come capogruppo e vice-capogruppo al campo estivo i Dieci Salici, dove loro stesse furono ospiti quando erano bambine. Si conoscono, infatti, dalla terza elementare e hanno fatto tutte le scuole insieme fino al quarto anno della high school. Si può ben dire che siano amiche per la pelle, pur nella loro diversità: Casey forte, sicura, solare, ottimista, positiva; Jess chiusa, fragile, insicura, umbratile. La loro amicizia è profonda e vera. Hanno perfino inventato un sistema di segnali e accordi segreti: si sono reciprocamente soprannominate Mantide (Casey) e Libellula (Jess) e ogni volta che hanno bisogno di intendersi senza farsi scoprire dagli altri stringono la punta del pollice e quella dell’indice per mimare la mantide religiosa che stacca la testa al maschio della sua specie dopo l’accoppiamento. Zack! Entrambe sono emarginate dal resto della classe, anche se per motivi diversi: Casey per la passione per gli insetti, i buoni voti, la determinazione, la serietà; Jess per il fatto di essere silenziosa, scontrosa, solitaria. A nessuna delle due importa; ad ognuna l’altra basta.

Quell’estate, per la prima volta, la direttrice del campo, signora Keefer, ha affidato loro la responsabilità di un bungalow. Non c’è stato nessun problema in nessuno dei turni, fino all’ultima settimana di agosto, quando al bungalow 3 arrivano un gruppo di bambine deliziose e la piccola Stephanie Glass, che tutto è tranne che deliziosa. Rimasta orfana di padre, è stata iscritta al campo estivo dalla madre, Kathy, che si è recata a Regina per far visita al fratello.

Jess ha già avuto modo di conoscere Stephanie in parrocchia: sotto la maglietta con Campanellino, i lunghi capelli biondi, la boccuccia rossa, la voce cinguettante e l’aria angelica e dolce da bambola, nasconde un’indole da bambina viziata, capricciosa, dispettosa.

Fin dal giorno del suo arrivo, in effetti, Stephanie si dimostra ingestibile: scappa e si nasconde nel bosco, nella palude, sotto i bungalow, negli armadietti; ruba gli oggetti personali sia delle compagne che delle accompagnatrici; rompe e distrugge tutto quello che ha a portata di mano. E’ insopportabile e arrogante, come dice Jess. In ogni caso, dimostra di avere carattere, coraggio e astuzia, come dice Casey.

Il comportamento di Stephanie dimostra che forse Casey e Jess non sono pronte ad assumersi la responsabilità di un gruppo di minorenni, e questo appare tanto più vero e terribile quando la bambina sparisce e due giorni dopo viene trovata morta all’interno del tronco di un albero cavo. Casey è arrestata con l’accusa di omicidio dato che nel suo zaino viene ritrovata la T-shirt con Campanellino di Stephanie e sotto le unghie di Stephanie vengono reperite tracce dei suoi capelli. Toccherebbe a Jess scagionarla, ma Jess non lo fa.

Perché?

Forse perché Casey le aveva detto poche settimane prima di voler partire per l’Australia per seguire la sua passione per l’entomologia e Jess si è sentita abbandonata? O perché il sacerdote Fleet e la comunità religiosa si sono stretti attorno alla signora Glass e non sono altrettanto ai signori White? Forse perché l’agente Bowen la tempesta di domande su chi ha messo la maglietta di campanellino nello zaino di Casey e lei si sente soffocare? O perché l’avvocato di Casey, Mela Cross, l’accusa di non dire tutta la verità? O, ancora, perché il procuratore generale Tesler vuole costringerla a testimoniare e lei non vuole comparire al processo? O forse perché Nathan Ivory e la sua compagnia, da quando Casey è in prigione, le sono incredibilmente diventati amici e la invitano perfino a uscire con loro?

Casey è innocente. Lo sa per certo chi la conosce bene, come la mamma di Jess, idealista e instabile, e l’insegnante di scienze della loro classe. Ma il resto della comunità, che l’ha sempre bollata come come strana e diversa, la pensa all’opposto: Casey è una spostata, più interessata agli insetti che ai ragazzi, forse è lesbica (qualcuno dice di averla vista baciare la professoressa), ha certamente commesso l’omicidio. Debole, spaventata, confusa Jess si lascia trascinare nel vortice delle dicerie e delle calunnie, lusingata dall’avere un attimo di notorietà e la possibilità di brillare, almeno per una volta, di luce propria.

Dove sta il coraggio della Libellula, che l’amica le ha sempre attribuito? Andato, perduto, dissolto al primo refolo di vento. Jess non risponde alle lettere dell’amica, né alle sollecitazioni della madre (“Abbi il coraggio di essere amica della tua amica”), che rimane schiacciata dal peso emotivo di questa vicenda, né al gesto dirompente della professoressa di scienze, che perde il posto per essersi esposta, né all’incoraggiamento della signora Keefer che le spiega che i Dieci Salici ricordano la schiavitù degli ebrei a Babilonia quando appesero le cetre ai rami rifiutando di cantare per gli oppressori (“Quando qualcuno che è in errore vuole farci fare qualcosa per compiacerlo, noi non siamo tenuti a farlo. Possiamo scegliere. Mettere via le cetre e non suonare.”). Semplicemente, non fa nulla, non dice nulla, non prende posizione. La lascia al suo destino.

Casey viene scagionata per un puro caso: gli investigatori scoprono, in extremis, che Stephanie è stata vittima di un serial killer e il pubblico ministero ritira l’accusa. Nulla, però, può tornare come prima. Le strade di Casey e Jess si dividono, o forse si erano già divise molto tempo prima.

Buona lettura!

Citazione

“Mi è consentito solo un foglio di carta e ho finito lo spazio. Forza, Libellula, scagliati sul nemico e vieni a salvarmi. Fai tornare il mondo alla notte in cui abbiamo dormito all’accampamento, quando Stephanie era ancora viva…”

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