Un genere che mi ha sempre appassionato è il romanzo storico, soprattutto se la storia si svolge durante un conflitto bellico. Ancora di più mi appassionano le biografie. Una war novel basata su una storia vera in linea con il target del blog che mi è piaciuta un sacco è Un cuore da soldato (Soldier’s Heart) di Gary Paulsen. In Italia è ormai pressoché introvabile in commercio; se volete leggerlo, dovete rivolgervi alle biblioteche di pubblica lettura o alle librerie che trattano remainders (ma dovete essere fortunati). Se riuscite ad averlo tra le mani, leggetelo! Vi conquisteranno i grandi spazi dell’America, gli ideali, le battaglie, l’odore della polvere da sparo, il rombo dei cannoni, le paure di un ragazzo che deve crescere in fretta e certamente la prosa dell’autore, evocativa senza essere prolissa, da manuale di scrittura di short stories. La storia è questa…

Minnesota, giugno 1861. Charley Goddard ha 15 anni e non è mai uscito da Winona, il villaggio in cui è nato. E’ un bravo ragazzo: non beve, non dice parolacce, aiuta la madre e sostiene il fratello Orren da quando il loro padre è morto. Al villaggio tutti parlano della Guerra Civile che è appena scoppiata e dicono che sarà una passeggiata, che durerà al massimo uno o due mesi. Il clima è festoso, con bandiere, tamburi, ragazze sorridenti e discorsi patriottici. C’è chi dice che sarà un’esperienza eccitante e che indossare l’uniforme trasformerà i ragazzi in veri uomini. C’è chi dice che la paga è di undici dollari al mese, molto di più di quello che rende il lavoro nelle fattorie. A nulla valgono le perplessità della madre: Charley non resiste al richiamo alla grande avventura e si arruola nel Corpo Volontario del Minnesota, mentendo sulla sua età.

Dopo l’addestramento a Fort Snelling, il campo militare sito alla confluenza tra il fiume Minnesota e il Mississippi, Charley e la compagnia di unionisti volontari partono in treno in direzione Manassas, nello stato della Virginia, dove li attendono i confederati, che loro chiamano semplicemente i Ribelli.

Già nel corso della prima battaglia a cui partecipa (la prima battaglia di Bull Run) Charley scopre il vero volto della guerra: violenza, rumore, grida, mutilazioni, morti, sangue e vomito. La sofferenza è ben più grande dell’onore. La perdita della vita non vale le medaglie per gli atti di eroismo. Al termine dello scontro sono centinaia i compagni di Charley che restano sul terreno, migliaia i feriti e i dispersi.

La vita quotidiana nel campo militare allestito a Washington è difficilissima. Le condizioni igieniche sono pessime: molti si ammalano di dissenteria e muoiono. Il cibo è scarso e di pessima qualità; fiorisce il contrabbando di caffè e tabacco. La situazione sull’altra riva del fiume, dove sono accampati i ribelli, è identica: i confederati sono ragazzi giovani e inesperti come gli unionisti, hanno le stesse esigenze e necessità, soffrono le stesse privazioni, vivono le stesse paure. Che senso ha uccidersi a vicenda? In un modo o nell’altro Charley si adatta e sopravvive, badando a se stesso più che alla sorte dei commilitoni.

Cerca soprattutto di non affezionarsi a nessuno, perché la morte è sempre in agguato. Potrebbe sempre ricapitare quello che gli è successo quando ha conosciuto Nelson ed entrambi sono stati inviati sul campo di battaglia (probabilmente la seconda battaglia di Bull Run, che l’esercito unionista vinse perdendo però circa 10.000 soldati tra morti e feriti). Tempo di scambiare due chiacchiere e di scoprirsi simili e Nelson è stato gravemente ferito allo stomaco e si è suicidato proprio davanti ai suoi occhi.

L’ultima battaglia alla quale Charley prende parte è la battaglia di Gettysburg, che si svolge dall’1 al 3 luglio 1863. Gli ufficiali spingono il battaglione dei volontari del Minnesota in bocca al nemico, senza un piano prestabilito, senza ordini precisi da eseguire, in modo totalmente dissennato. Charley assiste alla mattanza dei commilitoni e impazzisce: con la baionetta in pugno, colpisce chiunque e qualsiasi cosa gli si para davanti, portando a termine nel migliore dei modi il lavoro di uccidere per aver salva la vita. Al termine della battaglia, ricoperto di sangue, viene mandato all’ospedale da campo dove assiste ad un altro orrore: quello dei soldati che vengono amputati di mani, braccia, piedi, gambe senza anestesia.

Giugno 1867. Charley ha 21 anni ed è sopravvissuto alla guerra. E’ comunque in attesa della morte: quello che ha visto e sentito lo hanno invecchiato, piegato, spento, fiaccato irrimediabilmente. Come sposarsi e crescere i figli? Come credere nel futuro? Tutto ciò che riesce a fare è sedersi sulla riva del fiume per un picnic a base di arrosto di manzo e caffè freddo, pensando alle cose belle che aveva prima di partire soldato.

Un cuore da soldato (Soldier’s Heart) è basato sulla storia vera di Charley Goddard, un quindicenne del Minnesota che mentì sulla sua età per arruolarsi nel Primo Reggimento Volontari del Minnesota e combattere durante la Guerra Civile. Alcuni degli eventi narrati dall’autore e la sequenza temporale di alcuni fatti narrati non sono veri, ma sono sicuramente verosimili.  Gli elementi essenziali della vicenda di Goddard comunque ci sono. Completamente inventato il finale: Goddard non fece mai ritorno a casa. Il titolo del libro è una frase usata dagli americani per definire il “disturbo da stress post-traumatico” di cui soffrirono i veterani della guerra civile, e di cui soffrono i veterani di ogni guerra.

Da leggere ascoltando in sottofondo “Generale” di Francesco De Gregori. Vi propongo la cover di Vasco Rossi.

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