Quest’anno ricorrono i 25 anni dalla stesura del Diario di Zlata Filipovic. “Ogni anno ricorre qualcosa”, direte voi. Sì, è vero. “Scrivi spesso di ricorrenze tragiche!” Vero anche questo! Ma molti fatti rischiano di cadere nel dimenticatoio, in particolare quelli di cui si è parlato poco, come, ad esempio, l’assedio che la città di Sarajevo subì tra il 1992 e il 1996. Ora, non sta a me ricostruire gli eventi né giudicare chi stava dalla parte della ragione e chi da quella del torto: non sono una storica e credo che anche gli storici stiano ancora confrontandosi su come andarono effettivamente le cose. A me interessa ridare voce, 25 anni dopo i fatti, a una bambina che visse in prima persona buona parte di quei 4 anni di assedio…

E’ il 2 settembre 1991. Zlata ha 11 anni ed è felice per quello che ha e per quello che il futuro le riserva. Ha due genitori – il padre avvocato e la madre chimico, entrambi musulmani – che le vogliono bene e desiderano il meglio per lei. Ha due nonni meravigliosi e tanti amici e vicini con i quali condivide una quotidianità fatta di piccole cose. Vive in una città importante della Yugoslavia, multi-etnica e multi-religiosa, in cui da secoli cattolici, ortodossi, musulmani ed ebrei convivono pacificamente. Una città che offre svaghi, divertimenti, occasioni di studio. Ha trascorso delle belle vacanze estive nella casa di campagna della sua famiglia e si prepara a iniziare un nuovo anno scolastico, che si preannuncia stimolante e intenso. In attesa del primo giorno di scuola, Zlata inizia a tenere un diario, in cui racconta “cose da bambina”: le chiacchiere con le amiche,  i cantanti preferiti, i divi della TV… Cose che anche noi abbiamo scritto, nei nostri diari, quando eravamo bambine.

Poi a Zlata succede qualcosa, qualcosa che a noi non è successo. Nella sua esistenza irrompe la guerra, con tutto ciò che ne consegue: le privazioni materiali, l’odio, la paura, la morte. Il suo diario – Mimmy – cambia radicalmente, sia per gli argomenti di cui scrive (bombardamenti, mutilazioni, cadaveri, …) sia per il tono che usa. Perché Zlata non è più una bambina come tante altre, come lo siamo state anche noi; Zlata diventa una bambina di guerra. Di una guerra bastarda, in cui accade spesso di morire sotto i colpi di un cecchino nascosto nei palazzi in rovina, o vittima di una granata lanciata da soldati appostati sulle prime colline, o per mano di un vicino di prima, divenuto il nemico di adesso.

Zlata sopravvive a esperienze terribili e a lei incomprensibili: alle notti trascorse in cantina, all’incendio della casa, alla fame, alla mancanza di acqua e di elettricità. Sopravvive anche alla morte degli amici. Sopravvive, soprattutto, alla perdita di speranza. E ci regala il suo diario, che è al tempo stesso la cronistoria di una guerra vicina a noi nel tempo e nello spazio e il messaggio di pace di chi l’innocenza non l’ha ancora perduta.

A chi desidera sapere che fine ha fatto Zlata, 25 anni dopo la vicenda descritta nel diario, vedere come è diventata e soprattutto ascoltare cosa ha da dire sulle guerre che continuano a coinvolgere i bambini consiglio di guardare questa video-intervista postata su Youtube. Buona visione e buona lettura!

Citazione

Alcune persone mi paragonano a Anna Frank, e ciò mi sgomenta. Ho paura di fare la stessa fine.

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