Cosa c’è in questo libro? Di tutto un po’: un ragazzino diverso, e per questo emarginato, una giovane promessa del football americano con la testa piena di pregiudizi, un vero bullo, un nonno marinaio, una bambina vegetariana, dei genitori assenti, un centenario che ai suoi tempi vinse una gara di atletica. E un topolino. In altre parole, c’è una buona fetta dell’immaginario di Jerry Spinelli. Che in questo libro si misura col tema del bullismo…

A sei anni John Coogan ha cozzato contro la cuginetta Bridget con tanta forza da mandarla gambe all’aria. Da allora tutti lo chiamano Crash. Tutti, tranne uno: un bambino di nome Penn Webb, che dal North Dakota si è trasferito in Pennsylvania. Penn è diverso, strano. E’ mingherlino, pallido, veste con abiti di seconda mano, è credulone, imbranato, vegetariano e… quacchero! Abita in una casa non più grande di un garage, ha un solo gioco e porta a spasso al guinzaglio una tartaruga di nome Thomas. Suo padre è anziano e costruisce uccelli con qualsiasi materiale. Anche sua madre è anziana e costruisce distintivi con scritto ‘Pace’, ‘Sono una sturnella’, o roba del genere. Entrambi lavorano in casa, cucinano cibi sani, si informano della vita di Penn e cenano insieme a lui. Gli parlano, addirittura, perché hanno scelto di non comprare la TV. E, cosa ancora più incredibile, la domenica lo portano a fare una gita. A Crash questo modo di vivere sembra sbagliato e irritante. Molto meglio crescere grossi, rispettati e temuti; molto meglio diventare campioni di football americano; molto meglio collezionare record, fare soldi e essere famosi. D’altro canto è obbligatorio sapersela cavare da soli se i tuoi genitori non sono mai a casa e si è praticamente abbandonati a se stessi. Tutto considerato, meglio schiacciare subito quell’idiota di Webb, in modo che sappia chi comanda nel quartiere!

Per cinque anni Crash si limita a fare a Webb dei dispettucci o a ignorarlo. La situazione esplode in seconda media, quando Crash e Mike Deluca, anche lui appassionato di football americano, anche lui grande, grosso e prepotente, iniziano ad andare giù pesanti con Penn, che da parte sua è sempre più passivo e remissivo. Perfino ridicolo quando sceglie di fare il ragazzo pon-pon. Mentre Crash segna touchdown su touchdown spalleggiato da Mike, Penn è sempre più isolato, deriso, umiliato. Solo Jane Forbes, la ragazza più carina della scuola, e la piccola Abby, la sua sorellina di Crash, nutrono rispetto e ammirazione nei suoi confronti. Tutti e tre se ne vanno in giro con stupide magliette, montano su un polverone contro l’apertura di un centro commerciale e abbracciano inutili battaglie ecologiste. Crash, sempre più convinto che la vita sia come il football, è incredulo e imbestialito! Ignora Jane, sberleffa Abby e non perde occasione di fare delle angherie a Webb.

Poi, all’improvviso la vecchiaia, la malattia, la debolezza entrano nella vita di Crash. Nonno Scooter, il suo mito, è colpito da un ictus ed è costretto su una carrozzina, ha un braccio fuori uso, sbava e riesce a malapena ad articolare due suoni: ‘A-bia!’ Crash è costretto a fare i conti con la fragilità degli esseri umani e l’inevitabilità della morte. Inizia a riconsiderare l’amore per gli animali e il rispetto per l’ambiente di Abby, l’impegno sociale di Jane e la mitezza, la semplicità, la sensibilità, la gentilezza di Penn Webb. Piano piano smette di tormentarlo, arriva a difenderlo dalle angherie di Mike, finisce addirittura per lasciarlo vincere una gara di corsa, in  modo che i suoi genitori e suo nonno possano essere orgogliosi di lui. E così Crash ha la possibilità di imparare la lezione più grande: quella che nella vita vincere non è tutto. E che per essere felici bisogna anche saper perdere.

Un bel libro incentrato sul tema del bullismo al quale riconosco almeno tre meriti. Quello di raccontare la storia dal punto di vista del bullo, una volta tanto. Quello di intrecciare al tema principale il tema della fragilità della vita, lasciando grande spazio alla figura del vecchio Scooter, cosa non facile in un libro per ragazzi. Infine, quello di veicolare il messaggio che nella vita è più importante saper perdere che vincere. Da grandi serve, credetemi.

Citazione

“Mi chiamo John Coogan. Ma tutti m chiamano Crash. […] In fondo, per tutta la mia vita non ho fatto altro che cozzare contro persone e cose, contro tutto e contro tutti. Con o senza casco, ho sempre fatto crash. Ma, a essere onesti, non tutti mi chiamano Crash. C’è solo una persona che non mi chiama così, e la cosa mi manda in bestia.”

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