Finita la seconda metà del libro che avevo lasciato in sospeso ad agosto. Ma che fatica! Questa storia di John Boyne mi è sembrata infinita. 300 pagine sono troppe, mamma mia. Inoltre lo schema narrativo fisso e ripetitivo e lo stile un po’ naif non aiutano. Non credo che un bambino di 9 anni, target di riferimento di questa lettura secondo la casa editrice, possa riuscire ad arrivare in fondo. Peccato, perché l’idea era interessante.

Ecco il riassunto

Alistair ed Eleanor Brocket sono due persone perbene: australiani, avvocati, una casa normale, due figli normali – Henry e Melanie – e un cane normale. In pratica, della normalità hanno fatto il loro credo. L’incantesimo si rompe alla nascita del terzogenito – Barnaby – quando accade la terrible thing a cui allude il titolo originale del romanzo (The Terrible Thing That Happened to Barnaby Brocket). Per una specie di contrappasso inflitto ai genitori, Barnaby è fin dai primi istanti di vita un bambino veramente stra-ordinario, a-nomalo, a-normale. Trasgredisce infatti all’unica legge alla quale tutti siamo obbligati: quella di gravità. Non è che “pesa poco”. No, no. Barnaby levita, fluttua, vola proprio. Per il resto è un bambino normale, anzi: forse è più buono, remissivo, educato della media.

Per otto anni i genitori riescono, bene o male, a tollerarne la presenza. Lo nascondono però alla vista degli altri, segregandolo in casa o rinchiudendolo in una specie di collegio-prigione per bambini indesiderati. Quando Barnaby finisce in televisione e tutta Sidney inizia a parlare di lui, Alistair ed Eleanor decidono di abbandonarlo. E lo fanno in modo deciso, come se fosse la cosa migliore per tutti. Perché in fondo la terrible thing riguarda solo Barnaby, e non certo tutta la famiglia!

Ecco come Boyne descrive la scena madre del racconto

Barnaby guardò il mare, ma non disse nulla. Sentì lo stomaco borbottare e stava quasi per chiedere a Eleanor se potevano prendere un gelato al furgone nell’angolo, all’ingresso del parco, quando sentì il suono inaspettato di uno squarcio e poi un sibilo, come quello di un serpente che si prepara ad attaccare, sssss. Il suono veniva dalle forbici di Eleanor che aveva fatto un buco in fondo allo zaino pieno di sabbia. Il sibilo veniva dalla sabbia che cominciava a fuoriuscire lentamente e a formare una piramide per terra sotto lo zaino. Barnaby, confuso, guardò prima in basso poi sua madre, che scuoteva la testa senza riuscire a fissarlo negli occhi.

«Mi dispiace, Barnaby» disse. «Ma è per il bene di tutti. C’è un mondo meraviglioso là fuori. Sarai come uno di quei primi pionieri. Troverai la felicità da qualche parte, ne sono sicura.»

Barnaby annaspò mentre la sabbia continuava a svuotarsi: era come una clessidra umana.

[…] «Mamma!» gridò. «Mamma! Aiuto! Sto volando via! Aiutami!»

«Mi dispiace, Barnaby» ripetè Eleanor, la voce un po’ incrinata adesso. «Mi dispiace davvero.»

[…] «Mamma!» urlò un’ultima volta, mentre raggiungeva le cime degli alberi. «Aiutami! Mi dispiace! Cercherò di non fluttuare mai più!»

«È troppo tardi Barnaby» urlò lei, agitando la mano per salutarlo. «Fai il bravo!»

Privato dello zaino-zavorra che lo trattiene al suolo, Barnaby comincia un lungo viaggio intorno al mondo, durante il quale incontra tantissime persone considerate diverse e allontanate dalle rispettive famiglie d’origine. Persone che lo accettano per quello che è; che gli insegnano a vivere la sua diversità come un’opportunità, una ricchezza; che gli spiegano quanto sia difficile per i cosiddetti “normali” accettare modi di essere di cui non hanno esperienza.

Prima tappa del viaggio è il Brasile. Raccattato sui cieli dell’Australia da una mongolfiera (e qui non si può non pensare al Giro del mondo in 80 giorni), Barnaby viene ospitato in una piantagione di caffè brasiliana da Ethel e Marjorie due vecchie signore che si sono amate tutta la vita sfidando le convenzioni familiari e sociali. Seconda tappa: New York, dove Barnaby conosce un ragazzo diseredato dal padre che fa il lavavetri per mantenersi e Charles, allontanato dalla famiglia perché ha il volto devastato dalle ustioni. Poi è la volta del Canada. Poi ancora l’Irlanda, l’Africa, perfino lo spazio… E infine di nuovo Sidney, dove i fratelli lo accolgono con la semplicità dei piccoli, che accettano e apprezzano chiunque per quello che è.

Alla fine del viaggio – che è anche e soprattutto un viaggio interiore – Barnaby non è più lo stesso. E’ cambiato, è più forte, è consapevole che la normalità è relativa. Questo, senza aver perduto nulla del suo candore e della sua tenerezza.

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