E’ difficile parlare di un classico del genere giallo ed è ancora più difficile avere qualcosa di originale da dire, e quindi non ci provo nemmeno. Vi faccio però un elenco di 3 buoni motivi (e di 3 curiosità) per leggere il primo romanzo che Sir Arthur C. Doyle dedicò alla figura di Sherlock Holmes.

  1. Il primo motivo sta nel fatto che Arthur C. Doyle creò qualcosa di assolutamente nuovo in campo letterario e lo fece in modo magistrale, se ancora oggi gli si riconosce il merito di aver inventato il giallo deduttivo.
  2. In secondo luogo, il personaggio di Sherlock Holmes è uno dei più conosciuti della storia della letteratura e non si può non leggere almeno una delle sue avventure.
  3. Infine, la trama è costruita in modo tale che è impossibile resistere alla tentazione di investigare insieme a Holmes e Watson fino alla risoluzione dell’intricata vicenda.

E ora le curiosità:

  1. Arthur C. Doyle di professione faceva il medico. Iniziò a scrivere per noia, per passarsi il tempo in attesa dell’arrivo dei suoi pazienti. Un’altra prova del fatto che molte grandi invenzioni nascono per caso!
  2. Sherlock Holmes è il protagonista di 59 racconti, 4 romanzi e 3 commedie teatrali. Non ci si può meravigliare se alla fine l’autore avesse sviluppato una specie di avversione per il personaggio che lo aveva portato alla fama, tanto da dire “Se fra 100 anni dovessi essere ricordato solamente come l’uomo che inventò Sherlock Holmes, allora potrò considerare la mia vita un fallimento.” E’ andata proprio così…
  3. Sherlock Holmes non ha mai pronunciato la frase “Elementare, Watson!“. La dice solo nella traduzione italiana!

Per i miei amici lettori ecco il riassunto.

E’ il 1881 e John Watson, medico dell’esercito di Sua Maestà appena rientrato a Londra dall’Afghanistan, parla con il vecchio amico e collega Stamford, chiedendogli di aiutarlo a cercare un alloggio a buon prezzo. Stamford gli presenta Sherlock Holmes, un tipo veramente originale, che sta cercando un affittuario per condividere l’appartamento del 221B di Baker Street. Holmes sbarca il lunario facendo il consulente per due investigatori di Scotland Yard, Lestrade e Gregson, e trascorre il tempo libero suonando il violino, facendo esperimenti scientifici e – bisogna dirlo – drogandosi (che hobby, mamma mia)!

Il caso che sta seguendo è quello dell’omicidio di Enoch J. Drebber. L’uomo è stato avvelenato in un’abitazione abbandonata. Sul luogo del delitto sono stati trovati una fede da donna, la parola Rache (in tedesco vendetta) scritta col sangue e un biglietto con la scritta “J. H. è in Europa”.

Attraverso rilevamenti e deduzioni logiche Holmes traccia il profilo psicologico del probabile assassino, che – a suo dire – avrebbe potuto uccidere ancora. Holmes è certo che l’anello sia stato perso dall’assassino durante la colluttazione; mette quindi un’inserzione su tutti i giornali, e attende. A reclamare l’anello si presenta una vecchia, che afferma che la fede è della figlia. Holmes, insospettito, la segue, ma la perde di vista. La vecchia infatti era un giovane travestito, che fa perdere le sue tracce.

Senza perdersi d’animo Holmes investiga giorno e notte e assolda un gruppo di ragazzi di strada. Gregson intanto è convinto di aver trovato il colpevole. Si tratta del proprietario di una pensione, Arthur Charpentier, la cui sorella era stata importunata da un ospite: Drebber in persona. Il ragazzo viene però scagionato da Lestrade, che, giunto nell’appartamento di Holmes, annuncia la morte di Stangerson, il segretario di Drebber. Dalle molteplici somiglianze tra i due delitti (tra le quali la parola Rache), Holmes conclude che ad aver ucciso Stangerson con una pugnalata sia stato lo stesso assassino di Drebber. Arthur Charpentier viene quindi rilasciato. Nella camera di Stangerson, viene rinvenuta una scatola con due pillole dentro, una delle quali è avvelenata. Intanto uno dei ragazzini assoldati da Holmes entra nella stanza dicendo che la vettura richiesta dal signor Holmes era arrivata. Holmes fa salire il vetturino e lo ammanetta, dichiarando ai presenti che si tratta di Jefferson Hope, il duplice assassino.

Nella seconda parte del racconto Holmes spiega i fatti che hanno portato agli omicidi. Vent’anni prima, John Ferrier e la figlia adottiva Lucy, erano stati salvati da morte certa nel deserto del Colorado da una carovana di Mormoni diretti nello Utah. Giunto nella Terra Promessa John aveva abbracciato quella fede in segno di riconoscenza e negli anni successivi si era enormemente arricchito. Lucy – che nel frattempo era diventata un ottimo partito – si era innamorata di Jefferson Hope, un giovane cercatore d’oro non-mormone, ma gli anziani della comunità le avevano imposto di sposare o Stangerson o Drebber, due tra gli uomini più in vista della comunità. John si ribellò e decise di portare in salvo Lucy e Jefferson. Scoperto il piano, Ferrier fu ucciso e Lucy fu costretta a sposare Drebber. Pochi giorni dopo il matrimonio, Lucy morì di crepacuore (come si diceva una volta). Jefferson prese l’anello nuziale dal dito di Lucy e per anni inseguì Drebber e Stangerson, giurando vendetta. Quando finalmente li incontrò a Londra – dove si manteneva col lavoro di vetturino – Hope costrinse Drebber ad ingoiare una capsula avvelenata e prima che morisse gli mostrò l’anello nuziale. Infine si recò da Stangerson e lo pugnalò a morte. Dopo la cattura, Jefferson confessa di non avere paura della forca perché è gravemente ammalato. Infatti muore prima ancora che inizi il processo.

Per chi vuole risparmiarsi la lettura del libro, ma vuole esercitarsi in inglese (ottima cosa!), posto il video del film diretto nel 1933 da Edwin L. Marin e interpretato da Reginald Owen.

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