Eccomi al terzo e ultimo appuntamento con Polleke. Che dire? “Un’improvvisa felicità” mi è sembrato meno frizzante dei due episodi che l’hanno preceduto, ma è pur sempre una gran bella lettura…

 

Sia per la scrittura spigliata, ironica e leggera di questo baldo nonnetto che è Guus Kuijer, sia per la sua indubbia capacità di raccontare i dubbi, le insicurezze, i tentennamenti di una adolescente come se li stesse vivendo in prima persona. In ogni caso, non potevo non leggerlo, perché al termine del secondo libro della serie (Mio padre è un PPP) troppe cose erano state lasciate in sospeso. Ad esempio, un sottofondo di malinconia, dolore, spaesamento che Polleke in una delle sue poesie descrive così

“In me c’era qualcosa
che ora è perso e non si trova,
qualcosa di tenero, piccolino,
un motivetto birichino.
Ora al suo posto c’è un buco incolore
e sul fondo, inaspettato, un dolore”

Partiamo come sempre dal riassunto per capire se alla fine della lettura Polleke avrà dipanato i suoi problemi.

Polleke ha compiuto dodici anni e ha qualcosa in meno e qualcosa in più rispetto al passato. Ha ritrovato un orso di peluche che da tempo non dice più Sop e non canta la sua canzoncina SopSopSop, ma che sembra avere ancora grandi capacità consolatorie. Soprattutto per Consuelo, una ragazzina messicana appena arrivata nella classe del maestro Walter, che Polleke e Caro aiutano nei compiti di olandese e geografia. Per due personaggi che arrivano, ce n’è uno che se ne va. O che se n’è andato. E’ Spik che è fuggito di nascosto dalla comunità di disintossicazione ed è partito per il Nepal insieme a Ina. Scrive a Polleke. Dice che si sta liberando dalla tossicodipendenza, che la sua testa è di giorno in giorno più pulita e che a Katmandu Dio cammina per le strade sotto forma di mucca. A Polleke tutto ciò sembra molto strano: strano che Spik abbia chiuso con la droga, stranissimo che Dio possa essere in due posti contemporaneamente (a Katmandu e a casa dei nonni), stranissimissimo che in Nepal Dio giri per strada sotto forma di mucca.  In ogni caso, l’unica mucca che al  momento le interessa è la sua vitellina che si fa ogni giorno più grande e forte. Polleke ha una scusa in più per andare in campagna a trovare i nonni. Questa scusa ha un nome – Tom – un motorino, e una fattoria da ereditare. E corteggia Polleke in un modo un po’ gigione ma sincero. Polleke (che vuol sempre diventare poeta, ma è anche attratta dalla vita in campagna) ci fa un pensierino. Intanto le ripetizioni a Consuelo continuano. Nel corso di questi pomeriggi Polleke scopre che Consuelo ha avuto un’infanzia poverissima, che non ha mai posseduto un orsacchiotto di pezza ma solo il ritaglio di un’immagine, che il suo papà è stato ucciso, che ha conosciuto orrori di guerra di cui non riesce a parlare. Le due diventano sempre più amiche, soprattutto dopo che Consuelo aiuta Polleke a superare il trauma di una disavventura con un adulto che ha tentato di adescarla. Mimun intanto è tornato dalle vacanze estive trascorse in Marocco molto ma molto cambiato. Sembra avere meno tempo da dedicare a Polleke. Sarà per colpa della fidanzata marocchina o per il fatto che si sbaciucchia con Caro al parco pubblico? Anche tra gli adulti le cose non vanno meglio. Walter e Tina, anche se stanno per sposarsi (o forse proprio per questo), litigano su tutto. Per interrompere le urla, Polleke spara sempre “qualcosa di grosso”, di effetto dirompente, tipo: “Lo sapevate che adesso che ho dodici anni ho diritto all’eutanasia?” 

Insomma, in questo libro Polleke è ancora alle prese con i soliti casini, e con altri nuovi… E allora? Dove sta tutta questa improvvisa felicità?

Sta in ciò che succede alla fine del libro, quando l’orsetto di pezza riprende a fare Sop, Tina è meno nervosa, e Polleke ritorna a essere ciò che è: una bambina che non si sente ancora una giovane donna solo per il fatto di avere compiuto 12 anni… E tutto ciò è merito di Spik, che sarà pure dovuto andare fino a Katmandu per imparare ad apprezzare la semplicità, ma ora non è più un PPP.

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