E’ difficile parlare de La straordinaria invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick dicendo qualcosa che non sia già stato detto. La ricerca del titolo del libro su Google ci propone 125 mila pagine. Prima fra tutte, quella di Wikipedia che gli dedica una voce (segno di fama e celebrità!!!). Le altre 125 mila (meno una!) parlano dei temi più disparati suggeriti dalla lettura:

  • quanto deve l’autore ai feuilletons – i romanzi popolari ottocenteschi – con le identità nascoste o perdute, le sparizioni improvvise, i misteri …;
  • quanto si è ispirato a Dickens per la figura dell’orfano che se la cava in un mondo di adulti spietati e minacciosi e a Victor Hugo per la figura dell’emarginato che vive nascosto in un enorme edificio;
  • quanto deve a E.T.A. Hoffmann per il tema degli automi;
  • l’omaggio dell’autore al cinema (in particolare quello dei pionieri, come Méliès);
  • i rapporti del libro con la trasposizione cinematografica che ne ha fatto Martin Scorsese;
  • il tempo reale, quello scandito dagli orologi, il passato, il tempo interiore dei protagonisti;
  • e tanti altri ancora…

Non mi interessa riprendere questi temi. Altri l’han fatto certamente meglio di quanto potrei farlo io. Vi propongo invece un esperimento…

 

Io faccio il riassunto – fatto per benino – della storia, così come ce la raccontano le parole. Voi leggete il libro guardando solo le tavole – bellissime, realizzate a matita, in bianco e nero, in chiaro scuro. Rifarete la stessa esperienza che facevate da bambini, quando leggevate gli albi illustrati riuscendo a capire tutta la storia attraverso le sole immagini. Sì, perché La straordinaria invenzione di Hugo Cabret è un libro in cui sono le immagini a essere “illustrate” dalle parole. In questo, il libro è stato qualcosa di veramente nuovo, originale, a suo modo epocale nel panorama della letteratura per ragazzi.

Prendiamo un ragazzo, poco più che bambino – Hugo – che parte da una situazione molto svantaggiata, ma con le sue capacità e con la sua forza di volontà riesce a raggiungere l’obiettivo che si è prefisso. Hugo è orfano e poverissimo. Vive con lo zio Claude – quel che si dice una vecchia spugna – che lo sfrutta per regolare gli orologi della Gare de Montparnasse (una stazione ferroviaria di Parigi, ora lo sapete!).  Nonostante lo zio, Hugo è  privo di figure di riferimento (e di soldi), e ne ha un disperato bisogno. In qualche modo riesce a sopravvivere alla mancanza di denaro, ma non a superare il trauma della morte del padre, se non portando avanti il progetto che condividevano: la riparazione di un misterioso automa, trovato nel magazzino di un museo. Per fare questo, consulta un taccuino pieno di disegni e didascalie, unica eredità che il padre gli ha lasciato.

La riparazione necessita di tanti pezzi di ricambio, che Hugo non ha e certo non può acquistare. Quindi che fa? Una cosa molto semplice: ruba gli ingranaggi dei giocattoli meccanici in vendita in un chiosco della stazione.

Il giocattolaio – diciamocelo –  non la prende benissimo. Anzi: fa la posta a Hugo fino a quando non lo coglie in ‘flagranza di reato’. In cambio della promessa di non denunciarlo all’Ispettore Ferroviario, il giocattolaio gli sequestra il taccuino e lo costringe a pulire il chiosco e riparare tutti i giocattoli di cui ha rubato i pezzi.

Il giocattolaio ha una figlia adottiva, Isabelle, anche lei orfana, che fa scoprire a Hugo la magia del cinematografo (siamo attorno agli anni ’30 del XX secolo, ora sapete anche questo! E il cinema allora era soprattutto magia, illusione, trucchi…). I due ragazzi diventano sempre più amici e condividono il poco tempo che a Hugo rimane libero tra la messa a punto di un orologio e la riparazione di un gioco a molla. Grazie a Isabelle, Hugo viene a sapere che il taccuino non è stato distrutto, ma è conservato a casa del giocattolaio. E attraverso Isabelle, Hugo entra in possesso di una chiave a forma di cuore necessaria per sbloccare il meccanismo che regola l’automa.

disegno dell'automa

Siamo al punto di svolta della vicenda: Hugo riesce a ricostruire l’automa anche senza le spiegazioni contenute nel taccuino e lo aziona grazie alla chiave di Isabelle. L’automa non scrive nulla, ma disegna un’immagine del film Viaggio sulla Luna e si firma col nome di Georges Méliès.

La situazione precipita. Isabelle crede che l’automa appartenga al padre adottivo – il suo papà Georges, cioè Georges Méliès –  e che Hugo l’abbia rubato. Scappa a casa, inseguita da Hugo, che nel tentativo di fermarla lascia le dita nella porta di casa. La moglie di papà Georges,  Jeanne, fa accomodare il ragazzo, lo medica, e chiarisce la situazione. La verità è che papà Georges è stato un famoso cineasta francese, come dimostrano i bozzetti conservati da Jeanne in una scatola nascosta sopra l’armadio di casa. Da tanto tempo però, si è ritirato dalle scene ed è caduto in uno stato di profonda prostrazione.

Scioglimento della vicenda: papà Georges rientra a casa, vede i disegni e ha una delle sue crisi. Hugo è costretto a lasciare la famiglia Méliès. Si reca all’Accademia Cinematografica francese, dove Etienne, studente e cineoperatore che Hugo aveva conosciuto grazie a Isabelle, gli mostra un libro sulla vita e le opere di Méliés del professor René Tabard. Hugo rivela ai due studiosi che Gerges Méliès non è morto, come tutti credono, e contemporaneamente convince papà Georges a rilasciare un intervista nel corso della quale racconterà cosa ne è stato della sua esistenza partendo dalla sua presunta morte. La Grande Guerra l’aveva mandato in rovina e contemporaneamente Isabelle, figlia del suo fidato assistente, era rimasta orfana. Disperato, era stato costretto a vendere le sue pellicole a una ditta che le aveva trasformate in tacchi per scarpe, con i soldi guadagnati aveva comprato il chiosco dei giocattoli e si era ritirato con la moglie con la promessa di non raccontare mai a nessuno, neppure a Isabelle, la sua vita precedente.

Gran finale: Hugo cerca di recuperare l’automa per portarlo da papà Georges, ma è scoperto e inseguito dall’Ispettore Ferroviario. L’automa è distrutto. Hugo è catturato e imprigionato. Viene salvato da papà Georges, che lo adotta e gli insegna i trucchi dell’illusionismo.

melies

Per il resto della vita, Hugo sarà conosciuto come il professor Alcofrisbas, l’illusionista che ha creato un automa in grado di scrivere e disegnare tutta questa storia.

 

Citazione

La storia che sto per svelarvi ha inizio nel 1931 sotto i tetti di Parigi. Qui incontrerete un ragazzo di nome Hugo Cabret, che un giorno, tanto tempo fa, scoprì un misterioso disegno che cambiò la sua vita per sempre.
Ma prima che voltiate pagina, voglio che immaginiate voi stessi, seduti nel buio, come all’inizio di un film. Sullo schermo sorgerà il sole fra pochi istanti e la macchina da presa inquadrerà una stazione nel cuore della città. In un atrio pieno di gente vedrete finalmente un ragazzo che si muove rapidamente. Seguitelo, perché quello è Hugo Cabret. La sua mente è piena di segreti e sta aspettando che la sua storia abbia inizio.

 

Professor H.Alcofrisbas
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