Dei tre yokai che ho incontrato nelle mie prime esplorazioni dell’immaginario nipponico, il Tengu è sicuramente il più simpatico, perché nella revisione che ne fa Takashi Yoichi in La storia del Tengu ha perduto le connotazioni tradizionali del mostro, e ha mantenuto e amplificato tutte quelle caratteristiche che ne fanno un amabile cialtrone!

Tradizionalmente il Tengu apparteneva alla pittoresca famiglia degli yokai, ambivalente e carismatico come gli altri kami. Personificazione dello spirito della montagna, era raffigurato come una terrificante creatura alata e dotata di becco, pur mostrando al contempo tratti antropomorfi. Vestito come gli yamabushi  (i monaci che avevano scelto la via dell’ascesi) ed armato di spada come i ninja, di fatto il becco, il piumaggio, le ali e gli artigli lo imparentavano al nibbio, piuttosto che ad un essere umano.

Non solo la fisionomia, ma anche la personalità del Tengu era ambivalente. Solitario abitante dei boschi e delle foreste montuose, dotato di poteri soprannaturali, il Tengu spesso terrorizzava e traviava i bonzi; esperto di arti marziali, ingaggiava furiosi combattimenti coi ninja. All’influsso maligno del Tengu erano poi attribuite ogni sorta di altre calamità che affliggevano le popolazioni dei villaggi di montagna, in particolare gli incendi, le possessioni, le sparizioni, i contagi e le malattie. Opportunamente venerato e rabbonito dalle popolazioni rurali attraverso riti e culti, o in alternativa sconfitto e assoggettato da yamabushi e ninja, il Tengu dispensava protezioni e abilità, quali la protezione dagli incendi, la prosperità, l’esercizio di poteri soprannaturali e delle arti marziali.

Yoichi e Hiroyuki svuotano la figura del Tengu da ogni aspetto minaccioso e demoniaco e ne trattengono e amplificano i tratti grotteschi. Il Tengu che ci presentano è ormai soltanto un vecchio mal in arnese, più dedito alla bottiglia che alle battaglie e alle rapine. Dei tratti originari, gli restano solo la superbia e la vanagloria. Solo i bambini e i bonzi restano affascinati dal racconto delle sue imprese, che altro non sono che cialtronate commesse in preda ai fumi del sakè, liberamente rivisitate con malizia e fantasia. Gli adulti e i monaci del tempio, invece, non solo non perdono più tempo a rabbonirlo o placarlo con doni e riti, ma lo scacciano con accette e bastoni. E pateticamente, il Tengu fugge a precipizio lontano dal villaggio, verso la parte più interna e inaccessibile dei boschi da dove era venuto, inseguito dalle risate sgangherate e irrispettose dei bambini.

Yoichi fa del Tengu una figura così patetica e grottesca, che alla fine non si può averne paura ma solo commiserarlo e incoraggiarlo a riprovarci dandogli una pacca sulla spalla…

Una curiosità: l’albo si legge alla giapponese, cioè partendo dall’ultima di copertina e procedendo a ritroso. Molto, molto bello…

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