Confesso, le biografie, vere o immaginarie che siano, non mi interessano. Le poche che ho letto (ma poche per davvero) mi hanno profondamente annoiato. Eppure durante le vacanze natalizie, stravaccata sul divano, tra una tazza di tè alla cannella e una fetta di panettone, ho letto in un soffio Un’ereditiera ribelle. Vita ed avventure di Peggy Guggenheim. E – devo ammetterlo – è stata una lettura che mi ha svagato e pure lasciato qualcosa. La protagonista del libricino, Peggy Guggenheim, è stata una delle più grandi collezionisti d’arte della storia contemporanea. Sabina Colloredo ce ne racconta la vicenda umana, seguendola dalle soglie dell’adolescenza fino alla vecchiaia.

Incontriamo Peggy undicenne, a New York, secondogenita di una prestigiosa, ricchissima famiglia ebrea. Determinata, curiosa, diversissima dalla madre e dalle due sorelle, belle ma frivole, Peggy adora il padre. Le ore più belle le trascorre in sua compagnia, nella galleria privata, a parlare di pittura. Da lui assorbe l’amore per l’arte. La vita di Peggy scorre tranquilla, tra tè, riunioni dell’eccentrica famiglia allargata, passeggiate al Central Park, fino al giorno in cui il padre muore durante il naufragio del Titanic. Dopo di allora, nulla è più come prima. Peggy cambia drasticamente: rifiuta i modelli imposti dalla società e dal suo clan familiare, inizia a lavorare in una piccola libreria, frequenta una suffragetta, si schiera a favore dei lavoratori, frequenta personaggi del mondo dell’arte. Contemporaneamente, coltiva la sua passione, la vera eredità che il padre le ha lasciato: il collezionismo di opere d’arte. Inizia una vita errabonda. Iniziano gli strapazzi sentimentali. A Parigi sposa l’artista Laurence Vail e ha due figli, Sinbad e Pegeen. Il matrimonio dura pochissimo, in compenso la vita mondana va a gonfie vele. Frequenta salotti, allestisce una piccola galleria e si avvicina alle avanguardie. Mentre la collezione di Peggy cresce, Hitler sale al potere e alimenta venti di guerra. Peggy sa perfettamente che il Fuhrer disprezza l’arte contemporanea (arte degenerata, a suo dire) e inizia una corsa contro il tempo per acquistare e salvare più opere possibili. Oltretutto Peggy è ebrea. A tre giorni dall’arrivo dei tedeschi nella capitale, Peggy rientra in America, portandosi dietro la collezione e un marito nuovo di zecca, il pittore surrealista Max Ernest. Fonda una galleria sulla 57esima strada e continua a viaggiare. Divorzia ancora, e dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale decide di tornare in Europa. Finalmente, si ferma a Venezia, dove acquista Palazzo Venier. Qui trasferisce la sua collezione di opere d’arte e trascorre gli ultimi anni, aiutando artisti emergenti.

Due sono le cose che mi sono piaciute di questa lettura. La prima è il ritratto che la Colloredo ha fatto di Peggy, mettendone in risalto non solo le passioni, le capacità e i talenti, ma anche le debolezze, gli sbagli e le incertezze. Un discorso onesto sulle difficoltà che incontra chi si impegna nella ricerca del proprio destino. La seconda è l’idea coraggiosa della casa editrice EL di proporre ai ragazzi una galleria di ritratti di personaggio femminili famosi, della storia recente o meno, raccolti nella collana Sirene.

Dove troviamo ‘sto libretto? Intanto nelle biblioteche di pubblica lettura sotto casa vostra, perché la collana Sirene è stata acquistata in blocco da tutte noi bibliotecarie. Se invece vi interessa acquistarlo, trovate sul mercato sia l’edizione con la copertina rigida, sia l’edizione tascabile della Einaudi Ragazzi, collana Storie e rime.

Citazioni

“Tuo padre…”, lo zio non terminò la frase. Mi strinse tra le braccia, oscillando come se stesse per cadere, “Il Titanic è affondato. E tuo padre era sul Titanic, Peggy, ricordi? Il maledetto destino… aveva già prenotato su un’altra nave e poi…”
Lo scansai bruscamente.
“Papà è un ottimo nuotatore. Non è tipo da mollare così.”
“Peggy, è impossibile sopravvivere più di qualche minuto in quel mare di ghiaccio”, insistette lo zio, con dolcezza, “Papà è morto. Devi accettarlo.”
Pensai a mia madre che, ignara, sorrideva dal parrucchiere coi bigodini in testa.
“Se fosse morto l’avrei saputo”, dissi tra i denti.
Mi girai e raggiunsi Benita in giardino.

Parigi veniva bombardata ogni giorno e la stazione riversava treni carichi di profughi che fuggivano dalle zone devastate dai tedeschi. Tolsi le tele dai telai, le imballai e saltai in macchina. Il Mostro avanzava. Tutti i miei amici erano già fuggiti. Giorni prima avevo iniziato una frenetica contrattazione col Louvre perché mi concedesse uno spazio per i miei artisti, nella località segreta dove stava raccogliendo le sue opere. Ma all’ultimo mi dissero di no, perché i quadri erano troppo moderni e pensarono che non valesse la pena metterli in salvo.

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